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Cosa significa tornare a casa dopo un lungo viaggio?

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia di Covid, ho avuto la possibilità di viaggiare parecchio. Thailandia, Bali, Vietnam. Luoghi dove il cuore mi ha sempre spinto ad andare e tornare.

Alcuni viaggi, devo ammetterlo, sono stati più impegnativi di altri. Correre da un’isola all’altra, cercare una connessione stabile, trovare qualcosa di commestibile. Il visto, il passaporto, l’ennesimo cambio d’ostello, le fregature, le difficoltà linguistiche, il volo perso, la SIM che non funziona, la moto rotta, l’assicurazione sanitaria, le telefonate a casa, il Natale dall’altra parte del mondo. La solitudine.

Prese singolarmente posso sembrare piccolezze, inconvenienti che fanno parte del viaggio. Storie da raccontare agli amici con una birra gelata in mano. Ma quando sei solo, a migliaia di chilometri da casa, quelle piccolezze assumono un peso diverso e magicamente, quasi senza accorgertene, cominci a rimpiangere la tranquillità dalla quale sei scappato.

Quella routine che prima di partire sembrava così stretta e opprimente, torna a infilarsi nei pensieri. All’inizio è solo qualcosa di astratto, ma più passa il tempo e più il ricordo di te stesso annoiato sul divano, alla ricerca dell’ennesima serie TV comincia a farsi sempre più presente.

Quando inizi a sentire la mancanza di casa

Credo che ognuno abbia il proprio punto di rottura. C’è chi lo raggiunge dopo qualche settimana, chi dopo mesi e chi magari dopo anni. Ma prima o poi, tutti iniziano a immaginare il proprio ritorno. Un amore lasciato indietro, la difficoltà ad adattarsi a nuove abitudini, troppa avventura, i ritmi o, più, il cibo, o magari il clima.

Nel mio caso, a far pendere l’ago della bilancia, ci pensa la solitudine. Sono una persona molto introspettiva e chi, come me, viaggia per lunghi periodi, sa quanto questa caratteristica possa giocare a proprio favore. Ho imparato che sentirsi soli non è necessariamente un male. Il più delle volte riesco persino a sfruttare quei momenti per mettere un po’ d’ordine nella mia stanza mentale.

Scrivo, leggo. Mi butto a capofitto nel lavoro. Magari porto a termine quei compiti che avevo lasciato in sospeso nei momenti più felici. Ma la solitudine è una brutta bestia. Puoi imparare a conviverci, persino a sfruttarla a tuo favore, ma questo non significa che molli la presa.

E così, quella stanza che avevi finalmente rimesso in ordine, a un certo punto, diventa vuota e inizia a fare rumore.

Poi si aggiungono i piccoli problemi accumulati durante il viaggio, magari anche il ricordo di una vita “lineare”. Ed eccoti lì, alle due di notte, con la luce dello smartphone sparata in faccia mentre fai su giù con il dito alla ricerca di un biglietto aereo che ti riportarti indietro.

Quando arrivi davvero a desiderare casa, tornare non è la parte più difficile.

Quando casa sembra il posto più bello del mondo

La famiglia, gli abbracci, le persone care, la vicina che sorride «Sono più serena quando so che stai qui». Gli amici di sempre, le birre e i racconti dell’avventura trascorsa. I gatti accoccolati vicino la porta. Il cibo buono, il letto caldo, il piumone che sembra non essere mai stato usato.

Tutto esplode come una bomba. Una scarica di felicità capace di farti mettere in discussione tutto, anche i motivi per cui sei partito. Il mio cervello ha già deciso i programmi futuri: da adesso in poi, al massimo, un solo weekend da qualche parte, di tanto in tanto.

Quando la normalità torna a starti stretta

Sveglia alle sette, doccia, lavoro, palestra, amici, famiglia. Tutto scorre lungo un’unica linea retta.

Se da una parte c’è la solitudine, quella che ormai considero una sorta di bestia attanagliatrice, capace di spingerti a tornare, dall’altra c’è qualcosa di più silenzioso e infido. Non arriva nel cuore della notte: si presenta piano, senza farsi notare. All’inizio ha persino un sapore rassicurante.

La routine.

Le giornate funzionano, non c’è necessariamente qualcosa che non va. Eppure, lentamente, quello che prima era normale torna a stare stretto. Passano le settimane e quella linea retta comincia ad apparire quasi infinita.

È paradossale, perché è esattamente ciò che desideravo quando ero lontano. Sapere dove avrei dormito la sera, avere degli orari, ritrovare le mie cose e le persone di sempre. Non dover decidere continuamente cosa fare, dove andare, come arrivarci.

Tutto sembra andare per il meglio.

Non è tristezza. E non credo nemmeno di poterla chiamare nostalgia. È più una sensazione di disallineamento, come se fossi tornato esattamente nello stesso punto, ma qualcosa dentro di me fosse rimasto qualche passo più avanti. O semplicemente altrove.

Non è una sensazione così insolita: l’American Psychological Association parla di re-entry stress per descrivere le difficoltà che possono accompagnare il riadattamento alla quotidianità dopo un lungo periodo trascorso all’estero.

E così quel weekend fuori porta che sembrava superfluo, adesso diventa una via di fuga.

ragazza su un letto indecisa che prepara le valigie

La voglia di ripartire arriva davvero così presto?

Facciamo una distinzione: la prima partenza è diversa dalle successive.

La prima volta, l’idea di lasciare tutto può impiegare mesi, persino anni, prima di trasformarsi in qualcosa di concreto. Devi metabolizzare un addio, un licenziamento, la fine di una relazione o, più semplicemente, la decisione di lasciare temporaneamente una vita che fino a quel momento conoscevi a memoria. C’è una distanza enorme tra pensare “voglio partire” e ritrovarsi davvero con un biglietto in mano.

Quando invece torni da un lungo viaggio, quella distanza si accorcia. Hai già affrontato la partenza, ne conosci le difficoltà e, soprattutto, sai cosa ti aspetta dall’altra parte. Il punto di rottura può quindi ripresentarsi molto prima: non perché ciò che hai lasciato abbia improvvisamente meno valore, ma perché partire non rappresenta più un salto nel vuoto.

Questa volta, però, non voglio descrivere quel momento come una bestia che ti sveglia nel cuore della notte o qualcosa che lentamente ti divora dall’interno. È soprattutto una questione di accumulo.

Le giornate iniziano ad assomigliarsi, quella linea retta sembra allungarsi verso l’infinito e i weekend cominciano ad avere il sapore di una fuga. Piccole sensazioni che, prese singolarmente, significano poco, ma che, una sopra l’altra, finiscono lentamente per portarmi alla saturazione.

L’accumulo, però, non basta. Può preparare il terreno, può portarci al limite, ma spesso manca ancora qualcosa.

Una scintilla.

Un amore interrotto. Un licenziamento. Il non riconoscersi più nella vita che stiamo vivendo. Oppure qualcosa di molto meno drammatico: un’occasione, un incontro, un biglietto trovato quasi per caso.

Qualcosa che, improvvisamente, trasforma quel pensiero che da settimane continua a girarti in testa in una possibilità concreta.

Casa e viaggio: un dolce stupido limbo

Ed eccoci lì, ancora una volta con i piedi sopra la valigia, in attesa che il gate apra le porte.

Forse è proprio questo il punto. Passiamo mesi a desiderare ciò che abbiamo lasciato e, una volta ritrovato, finiamo lentamente per sentire la mancanza di quello che avevamo dall’altra parte.

Non so se esista davvero un equilibrio tra le due cose. Io, almeno, non l’ho ancora trovato. Ho solo imparato a riconoscere quel momento in cui casa torna a mancarmi e quello, altrettanto inevitabile, in cui ricomincio a guardare fuori.

Un dolce, stupido limbo nel quale, probabilmente, continuerò a muovermi ancora per un po’. Almeno fino al prossimo imbarco.

Cacciatore di orizzonti

Dopo un lungo percorso interiore, ho capito che la vita tradizionale non faceva più per me e ho deciso di smettere di timbrare il cartellino. Oggi sono un SEO specialist e blogger: viaggio per il mondo e racconto ciò che vedo.

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