Non capita spesso di incontrare qualcuno che, a 70 anni, sta preparando il suo sesto Cammino di Santiago. Nadia Poretti è una di quelle persone che ti spiazzano con la semplicità: niente proclami, solo passi veri.
Ha iniziato quasi per caso, insieme a sua figlia, e da allora è tornata più volte su quella strada, fino a farne un luogo dell’anima. Qui si parla di paure e libertà, di zaini che si alleggeriscono, di solitudine e incontri, di cosa significa partire quando molti pensano che sia “troppo tardi”. Ne esce un racconto intimo, fatto di silenzi, di gesti piccoli e di quel bisogno misterioso di tornare.
Il tuo primo Cammino, a 65 anni, lo hai fatto insieme a tua figlia Anna. Com’è stato condividere un’esperienza così intensa con lei? E cosa ti ha spinta a tornare completamente da sola?
La prima volta l’ho fatto con mia figlia, Anna, ed era giusto così. Non sapevo cosa fosse davvero il Cammino, non sapevo cosa mi aspettasse. Non avevo nemmeno un motivo preciso: sono partita senza grandi aspettative, un po’ alla cieca. Farlo con lei mi ha dato sicurezza, era la mia prima volta e avevo bisogno di capire, di sentire. Quando sono tornata a casa, però, il Cammino non mi aveva lasciata. Sentivo dentro un richiamo forte, il bisogno di tornare, di rifarlo. Non per completare qualcosa, ma perché quella strada continuava a chiamarmi.
La seconda volta sono partita da sola, con un’idea diversa: volevo fare l’ospitaliera. Mi ero data quindici giorni, solo quello. Poi avrei ripreso il mio Cammino. In realtà, dopo quei primi quindici giorni, ho sentito che non era finita. Ho proseguito fino a León e lì mi sono fermata dalle suore Benedettine di Caracalla. Ho chiesto se avessero bisogno di una mano e mi hanno chiesto di restare altri quindici giorni. Non era programmato. È successo e basta. Come succede spesso sul Cammino: parti con un’idea e poi la strada decide per te.



Tecnicamente, com’è cambiato il tuo zaino dalla prima volta a oggi che stai preparando la sesta? Cosa hai smesso di portarti dietro e cosa invece è diventato indispensabile?
La prima volta avevo portato tanta roba. Non tutto, ma troppo. Poi, giorno dopo giorno, ho iniziato a lasciare qualcosa: una felpa, un paio di pantaloni… perché a un certo punto ti rendi conto che il peso lo paghi. Già dalla seconda volta ho portato meno, anche perché capisci una cosa semplice: negli ostelli lavi, asciughi, e spesso trovi lavatrice e asciugatrice senza problemi. Quindi non serve portarsi dietro mezzo armadio.
Ogni volta, a casa, preparo lo zaino e tolgo ancora qualcosa. È proprio un alleggerimento progressivo. Per me, oggi, il minimo indispensabile è questo: intimo, tre magliette, due paia di pantaloni leggeri (anche tre se uno vuole, ma due bastano), un asciugamano e un paio di calze in più. Il resto sono dettagli. La verità è che lo capisci solo camminando: più vai avanti, più ti accorgi che ti serve meno di quanto pensavi.
Hai provato percorsi diversi, dal Francese al Portoghese. Quale consiglieresti a chi inizia dopo i 60 anni, e perché?
Ogni percorso è diverso, non esiste “il migliore” in assoluto. La strada la devi sentire tu, perché dipende da che tipo di esperienza vuoi vivere. Se cerchi qualcosa di più tranquillo, con meno salite e un ritmo più dolce, il Portoghese è una bella scelta: in tanti tratti cammini vicino all’oceano e l’atmosfera è più rilassata. Anche il Cammino del Nord può essere meraviglioso, però è più impegnativo.
Detto questo, se parliamo di prima esperienza, dopo i 60, io dico il Francese. È quello più “servito”: trovi tanti paesi, tanti posti dove dormire, tanta assistenza. Ti senti più tranquillo e puoi gestirti come vuoi. Non serve essere super allenati e non serve fare 30 o 40 chilometri al giorno solo perché “la tappa” dice così. Parti piano, fai i chilometri che ti senti, anche meno. Lungo il percorso trovi sempre un posto dove fermarti. Alla fine, io sono innamorata del Francese. Per iniziare, secondo me, resta la scelta più semplice e più sicura.
Hai fatto l’ospitalera negli ostelli, accogliendo pellegrini a fine tappa. Qual è la prima cosa che noti in chi arriva la sera? E qual è il consiglio “tecnico” che ti capita di dare più spesso?
Arrivano quasi tutti stanchi, in un modo o nell’altro. La prima cosa che noti non è solo la fatica: è come se si portassero addosso tutta la giornata, anche mentalmente. Per me, la prima cosa da fare è semplice: accoglierli con un sorriso. Se serve, anche con un abbraccio. E subito un bicchiere d’acqua. Prima ancora di parlare, prima ancora di qualsiasi regola.
Poi li registri, scambi due parole e, soprattutto, ascolti. Spesso hanno bisogno di raccontare: quello che è successo durante la giornata, perché sono lì, cosa stanno vivendo. Il consiglio “tecnico” che torna più spesso, alla fine, è proprio questo: non correre. Fermati, bevi, mangia qualcosa di semplice, fai una doccia e riposa. Il resto si sistema.
A chi parte per la prima volta: consiglieresti la vita d’ostello? Cosa rende davvero speciale un posto al di là del letto? Ci sono luoghi in cui ti sei sentita particolarmente bene e che consiglieresti?
Sì, io la vita d’ostello la consiglio. Non solo per una questione di praticità o di costi: negli ostelli succede una parte importante dell’esperienza. Arrivi stanco, ti lavi, ti sistemi… ma poi incontri persone, ascolti storie, ti senti accolto. Quello che rende speciale un posto non è tanto il letto: è l’atmosfera. Ce ne sono alcuni in cui mi sono sentita davvero bene, e che mi sono rimasti nel cuore.
Granon: è donativo, c’è la cena comunitaria e dopo cena un momento in cui ognuno, se vuole, può raccontarsi. Si dorme su materassini a terra, ma l’energia è bellissima. Tosantos (Hostel San Francisco): per me è un posto magico. Anche questo donativo, cena comunitaria e incontro. Si dorme sui materassini a terra e ti senti parte di qualcosa.
San Nicolás: donativo, cena comunitaria e il lavaggio dei piedi, come si faceva una volta. È un gesto semplice, ma ti resta addosso. Sahagún (Hostel Santa Cruz, Padri Maristi): è circa a metà percorso. Costa 8 euro, c’è la cena comunitaria e alle 17 un incontro speciale con gli altri pellegrini. E lì puoi anche ritirare il certificato di metà cammino presso l’ufficio del pellegrino.
Molti dicono che questa esperienza si fa una volta nella vita. Tu stai per ripartire per la sesta. Cosa ti richiama ogni volta? Cerchi ancora qualcosa che non hai trovato?
Ogni volta è diversa. Non so spiegarti bene cosa ho trovato la prima volta, perché cambia sempre: cambia il periodo, cambiano le persone che incontri, cambi tu. Se devo dirti cosa cerco… forse non è una cosa nuova da “trovare fuori”. È qualcosa che vado a riprendere dentro.Come dice mia figlia: torno lì per ritrovare me stessa.
Secondo te ha più senso partire da soli o in compagnia? E perché?
Secondo me è meglio partire da soli. Se sei con qualcuno di molto vicino — mamma, papà, una figlia — va benissimo, soprattutto seè la prima volta. Però, in generale, da soli funziona meglio. Perché su quella strada non sei mai davvero solo: incontri persone, parli, fai amicizie. Ma soprattutto sei libero. Ognuno ha un passo diverso e ogni giorno può cambiare: magari tu non te la senti di fare 20 chilometri, o al contrario vuoi farne di più.
In gruppo diventa più complicato, perché finisci per adattarti agli altri o per spezzarti. Da sola ti ascolti di più. E alla fine, quando arrivi in ostello, ti ritrovi comunque con gli altri: ti siedi, ceni, racconti la giornata. Solo che ci arrivi con i tuoi tempi.
Hai mai avuto paura? Non solo quella fisica, ma anche la paura di non farcela, di sentirti fragile. Come la affronti, quando arriva?



Sì, è capitato. Soprattutto la prima volta. Ricordo bene le salite: le vedevo davanti a me e mi bloccavo. Dicevo a me stessa: “No, non ce la faccio, non ce la faccio”. Mi fermavo, non volevo farle. Poi però non hai alternative. O vai avanti o torni indietro. E così, piano piano, la fai. Un passo alla volta. E alla fine la superi.
Quella paura, nel primo viaggio, era anche figlia dell’incoscienza. Non sapevo davvero cosa mi aspettasse, non ero preparata, non conoscevo i miei limiti. Avevo lasciato tutto alle spalle senza sapere bene dove stessi andando. Col tempo impari che la fragilità arriva, ma non ti ferma. Ti rallenta, magari. Ti fa dubitare. Però poi passa. E quando superi quel momento, capisci che sei più forte di quanto pensavi.
Negli ostelli incontri ragazzi con 40 o 50 anni meno di te. Cosa vedi nei loro occhi? E cosa pensi che la tua generazione possa insegnare a loro?
Incontri tantissimi giovani, sì. E nei loro occhi vedi cose diverse: curiosità, entusiasmo, a volte anche confusione. Molti partono per mettersi alla prova, altri per cambiare aria, altri ancora per qualcosa di più profondo.
Una volta questa strada era soprattutto un pellegrinaggio, legato alla fede e all’arrivo a Santiago. Oggi è cambiata: per molti è diventata anche “di moda”. C’è chi la vive come trekking, chi in modo religioso, chi in modo spirituale. Ognuno la fa alla sua maniera. Però la meta è sempre la stessa, e quella strada, in qualche modo, ti lavora dentro.
Quello che la mia generazione può insegnare ai più giovani, secondo me, è di non avere fretta. Di viverla davvero, senza trasformarla in una gara o in una lista di cose da fare. Anche chi non è credente, lì sopra qualcosa lo sente: magari non lo chiama fede, ma qualcosa nasce. E se ti dai tempo, te ne accorgi.
Com’è per te tornare alla vita di tutti i giorni dopo l’essenziale della strada? È difficile riabituarsi o ti porti quel silenzio anche a casa?
Quando torno a casa, per me è difficile. È dura. A volte mi viene proprio una specie di depressione: dopo giorni così essenziali, rientrare nella normalità pesa. Il prossimo viaggio, in realtà, non lo programmo quando sono a casa. Inizio a pensarci già mentre sono ancora lì. È come se la mente, prima di finire, cercasse già un modo per tornare. Tornare è sempre duro. Non vorresti mai rientrare, non vorresti mai che finisse.
C’è qualcosa di pratico che ti farebbe piacere far leggere a chi sogna di partire, magari sottovalutando i costi?
Sì: per fare un Cammino con un minimo di tranquillità serve un budget realistico. Per un mese, secondo me, sotto i 1.200–1.500 euro diventa difficile. Gli ostelli costano spesso 10–15 euro a notte (a volte 11, 13, 15). Poi ci sono i pasti: puoi risparmiare facendo la spesa e prendendo qualcosa al supermercato, oppure mangiare fuori con il menù del pellegrino, che di solito sta sui 13–15 euro.
Ho provato tanti modi per spendere meno, davvero. Però la verità è questa: meno di 1.200 euro significa che devi tagliare su tutto e stare sempre attentissima. Se vuoi farlo senza ansia, metti in conto almeno quella cifra.
Se potessi parlare a una donna della tua età che vorrebbe partire ma è bloccata dalla paura, cosa le diresti guardandola negli occhi?
Le direi: “Vieni con me, lo facciamo insieme”.
Piano piano. Senza fretta. Con i tuoi chilometri, non quelli degli altri.
📌 Continua il tuo viaggio

Dopo un lungo percorso interiore, ho capito che la vita tradizionale non faceva più per me e ho deciso di smettere di timbrare il cartellino. Oggi sono un SEO specialist e blogger: viaggio per il mondo e racconto ciò che vedo.
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